`Brainville 3, 16/06/2007, Paolo Pini, Milano´

Autore disco:

Brainville 3

Etichetta:

Olinda - ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini (I)

Link:

Email:

Formato:

concerto

Anno di Pubblicazione:

2007

Titoli:

-

Durata:

2 h ca.

Con:

Deavid Allen, Hugh Hopper, Chris Cutler, John Sinclair

uno spazio di pura sperimentazione e libertà

x Matteo Vavassori

All’ex nosocomio psichiatrico Paolo Pini, sabato 16 giugno si è assistito a una vera apparizione, a un evento difficile da descrivere a parole, un qualcosa di perturbante che ha infuso un senso di vertiginosa liberazione in chi vi asistito (o almeno in alcuni di loro). Tutto ha inizio con Hugh Hopper che inventa, registra e sovraincide in loop una serie metamorfica di giri di basso che vanno a tessere una trama a un tempo magmatica e spigolosa, sostenuta dalle invenzioni della batteria di Chris Cutler. Solo quando il pubblico è già ubriacato da queste ipnotiche variazioni, compare sul palco Daevid Allen (indossando una tuta da meccanico bianca intarsiata da disegni e scritte, occhiali scuri agli occhi e occhialoni da aviatore in testa) che, imbracciata una chitarrina minimale, dà inizio a uno spettacolo di magia durante il quale è possibile comprendere perché fare musica non sia un’attività oziosa o decorativa, ma una pratica necessaria ai fini di una vita salubre.
Il concerto segue l’andamento di un flusso di coscienza (a volte d’incoscienza) collettiva, al di là di vincoli formali o di genere. Senza soluzione di continuità si passa da improvvisazioni psichedeliche a sferzanti intuizioni di rock ‘n roll, da sessions jazz ad assoli cosmici e fluviali. Il cantato di Allen si muove con impressionante leggiadria dallo sprechgesang al talking blues, sviluppando a tratti frammenti di recitato, fraseggi jazz e incagliandosi a volte in ripetizioni autistiche di frasi o di singole parole. La sua chitarra impazzita, suonata come slide guitar o in maniera tradizionale, ha la stessa funzione della scopa per una strega; alterna assoli freddi e taglienti, arpeggi ripetitivi e gorghi di suoni liquidi. Hopper procede con i suoi giri di basso possenti a distorti; i suoni che produce ricordano quelli che echeggiano all’inizio di Third dei Soft Machine. La batteria di Cutler si potrebbe forse definire jazz, una modulazione perpetua che assecconda stranamente il flusso sonoro degli altri musicisti, pur creando continuamente qualcosa di diverso e di personale. Vi sono momenti in cui è difficile comprendere se l’emozione che la musica suscita sia di gioia oppure di terrore. C’è qualcosa di agghiacciante e per altri versi di entusiasmante nei brani suonati, spesso tanto vicini per atmosfera alle grandi composizioni di musica d’avanguardia del Novecento. Sembra quasi che questi suoni, queste voci, gli stralunati balletti di Allen, posseggano come un potere terapeutico che esercita il suo effetto su chi si presta, su chi si concede, su chi è disposto a seguire i labirintici sentieri tracciati dagli strumenti e anche a perdersi in essi. A rendere memorabile la serata si è aggiunto un altro elemento, del tutto sorprendente. Sul palco è apparso, reduce dalla serata precedente al Paolo Pini, John Sinclair che, accompagnato dai tre, ha donato al pubblico uno dei suoi poemi-canzone, adattandolo duttilmente all’atmosfera musicale ordita dai Braniville.
Uno dei momenti più elevati ed emozionanti del concerto si è raggiunto con l’esecuzione del tutto riarrangiata di Hope for happiness, il brano di apertura del primo album dei Soft Machine. Occorre ricordare che quando questo venne inciso nel 1968, Allen (futuro fondatore dei Gong) e Hopper suonavano già fianco a fianco, in quanto membri originari del gruppo. Chris Cutler, a suo volta, è stato uno dei protagonisti della cosiddetta scena di Canterbury, data la sua militanza in formazioni quali Henry Cow e Art bears. Non si percepisce, tuttavia, nessun umore nostalgico, nessun malinconico rimpianto o dèjà vu nella musica dei tre, come se il passato, a loro, interessi poco. Questa formazione sembra infatti attingere alla stessa dimensione intemporale alla quale hanno attinto musicisti quali Sun Ra e la sua Arkestra, una dimensione al di fuori del tempo ordinario, incalcolabile a partire da calendari e orologi, a meno che l’orologio non sia quello impazzito immortalato sulla copertina di “Out To Lunch” di Eric Dolphy. Sette lancette iniziano infatti ad essere abbastanza per abitare questo mondo, questo spazio di pura sperimentazione e libertà, free e freak out.


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Data Recensione: 25/9/2007
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